Il tema non finisce di dividere: ha senso il carcere per le donne? Oltre a essere una minoranza nella popolazione carceraria -non solo italiana- per loro esistono delle condizioni che meritano un’attenzione e una cura particolare. Come le prigioniere-madri, che in carcere non sono poche. Nei quattro Istituti a Custodia Attenuata per detenute Madri (ICAM) nel 2016 erano presenti 33 madri, di cui 23 straniere, con 37 bambini. Un dato in aumento (nel 2014, le madri in carcere erano 27) che dimostra quanto lavoro ci sia ancora da fare per raggiungere l’obiettivo del “mai più bambini in carcere” condiviso nella discussione parlamentare che ha preceduto l’ultima legge – dati reperibili nella sezione “statistiche” del sito del Ministero della Giustizia, al giorno 28 Febbraio 2015.

Quando coincide con la maternità, la detenzione è un capitolo ancora più doloroso che, al compimento del terzo anno dei figli, può diventare uno choc: è questo, infatti, il limite fissato dalla legge, oltre al quale il minore deve uscire. La scelta per la madre diventa allora crescere i propri figli, ma in prigione; o rinunciare a loro, regalandogli la libertà. Nonostante una legge che vuole tutelare i valori della maternità e il legame madre-figlio nei primi anni, mancano ancora appositi Istituti a Custodia Attenuata per Madri, o case-famiglia protette, che dovrebbero essere costruiti in ogni regione.
Oggi gli ICAM italiani sono Torino “Lorusso e Cutugno”, Milano “San Vittore”, Venezia “Giudecca” e Cagliari; in alternativa, esistono 52 sezioni presenti all’interno delle carceri maschili. La tabella di dettaglio sui dati 2016 la potete leggere sul sito dedicato al Museo del Carcere.
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Presentato in anteprima mondiale al Biografilm Festival 2016 -dove ha vinto il Life Tales Award- il documentario NINNA NANNA PRIGIONIERA racconta proprio la quotidianità di una mamma prigioniera: Jasmina, ventiquattro anni e una pena da scontare in custodia cautelare, Lolita di due anni e Diego di pochi mesi che vivono in cella con lei.

La regista si chiama Rossella Schillaci, classe 1973, da sempre votata al cinema di racconto delle marginalità e dello spirito di comunità che si sviluppa tra la vita reale e il rigore legale.
«Quando mio figlio aveva pochi mesi – racconta la Schillaci – ho partecipato con lui ad un corso di massaggio infantile in un asilo nido vicino alla Casa Circondariale Lorusso Cutugno di Torino. In quella stessa scuola erano “ospitati” i bambini figli di madri detenute che, per poche ore alla settimana, potevano uscire per giocare con altri bambini. Erano di varie nazionalità, stupiti e felici di giocare con altre mamme, e soprattutto con dei papà, in un ambiente colorato e luminoso. Non sapevo allora che per legge le madri incarcerate che hanno bambini sotto i tre anni di età possono scegliere di tenere i figli con loro, in cella. Mi sono chiesta cosa accade poi, quando i due vengono separati. E come può essere vissuta la maternità per quelle donne che per 24 ore al giorno non hanno nessun altro a cui appoggiarsi, e sono rinchiuse. Ma il paradosso della maternità e dell’infanzia vissute in una cella mi hanno spinto a fare un film che lasci allo spettatore la libertà di vivere e conoscere il confinamento peculiare di una madre e della sua bambina»