Nessuno Tocchi Iago

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Sulla scena c’è prima di tutto una persona.
Non importa che sia un uomo o una donna, italiano o straniero, colpevole o innocente. Non sappiamo cos’ha fatto. Sappiamo che è stato condannato.
È un detenuto che porta in sé la quotidianità e il marchio della detenzione. Si muove tra consapevolezza e smarrimento, tra grandi ideali e piccoli bisogni, tra empatia e rifiuto. Uno squarcio nell’umanità del singolo di fronte alla macchina dello Stato, del condannato di fronte alla società degli innocenti, una riflessione informale sul diritto civile, uno specchio sul giustizialismo che tutti noi ci portiamo dentro e che dobbiamo riuscire a vedere per potercene finalmente emancipare.
Il monologo si snoda lungo cinque macro scene, ognuna imperniata su un valore che il detenuto smarrisce in una condizione di detenzione vessativa e non correttiva: la libertà (I), gli affetti (II), il perdono (III), il sonno (IV), la giustizia (V).
L’elaborato qui presentato è il frutto di un lungo lavoro di documentazione e del laboratorio condotto in Canton Mombello. Ma è un testo ancora aperto al confronto, allo studio, all’attualità. Affonda le sue radici e le sue suggestioni nelle indicazioni di Artaud e nella sua istigazione a un teatro crudele, scomodo e proprio per questo illuminante.
Idealmente, vorrebbe essere ciclicamente revisionato alla luce di nuove urgenze sulla condizione detentiva in Italia, su forme di reato o di punizione che meritano l’attenzione e la mobilitazione della collettività. E sempre e comunque, la politica come più alta forma di condivisione del senso di giustizia, progresso, umanesimo, modernità.

Brescia, giugno 2016
L’autrice, Nadia Busato