Tra questi, ci offre di presentare un articolo da lui redatto per approfondire una delle emozioni più ricorrenti nell’esperienza della detenzione: la noia.
Qui trovate il testo dell’articolo. E qui di seguito, tratte dalle conclusioni, alcune considerazioni sull’origine e gli effetti più immediati della noia nei detenuti, con particolare riguardo per i soggetti antisociali tossicodipendenti.

La noia, che viene narrata durante i colloqui psicologici con i soggetti che si trovano ristretti nella Casa Circondariale di Torino, si presenta come un sintomo la cui finalità è quella di far entrare il soggetto in contatto con la propria inadeguatezza, la propria sofferenza, il proprio vuoto, la propria angoscia e da ciò trascendere. In questo senso la noia è stata qui considerata, un potente messaggero del disagio interiore, che tali soggetti pretendono al più presto di eliminare in quanto impietosa testimone di ciò che di più doloroso essi contengono nel profondo.

I comportamenti adottati per sconfiggere, eliminare, sopprimere la noia trovavano una radice comune anche nei miti. Spesso per noia gli dei creano, ma tale aspetto, come scrive Carl Gustav Jung, non può che essere accompagnato da un lato oscuro e altrettanto potente. Gli dei distruggono. Se la noia spinge a creare essa spinge anche a distruggere – Dio della Creazione-Dio del Diluvio; Volpe d’argento-Coyote; fuoco nella quarta mano di Śhiva – in un eterno moto irrefrenabile. In tale dinamica entrano gli antisociali tossicodipendenti, divorano ciò che hanno creato. Pertanto creatività e distruttività rappresentano aspetti opposti mai del tutto trascesi, che fanno parte della personalità di colui che cerca di eliminare la noia quale conoscenza di se stesso ferito, fragile e inadeguato all’esistenza.

Negli antisociali tossicodipendenti la parte distruttiva è la parte prevalente, quella che li polarizza tirannicamente. Essi per eliminare la noia prima costruiscono, ma non potendo dare valore a ciò costruito, sentendosi insoddisfatti, inadeguati, non all’altezza del compito distruggono tutto ciò precedentemente costruito.
Creare per distruggere, per alcuni dei soggetti qui trattati, assume una valenza importante in quanto manifesta il tentativo di tornare alla madre dalla quale ottenere conforto, calore, comprensione irreperibile altrove. Così l’altrove quale mondo in cui tentare di realizzare se stessi, non può che apparire ostile e a volte tragicamente angosciante nonché testimone di rotture insanabili.
Per tali pazienti l’esperienza creativa non si trasforma in un’esperienza che da piacere perché non è altro che la conferma della mancanza di perfezione e degli aspetti sgradevoli della propria personalità. Aspetti che trovano ampia conferma nei tribunali che li giudicano e che successivamente li inviano nei luoghi di restrizione.

La distruttività assume una importante rilevanza per la sua immediata efficacia nell’eliminare la noia. Tutto e subito si può ottenere molto più facilmente da un atto distruttivo – stimolo semplice – mentre lo stesso non si può ottenere prontamente da un’attività creativa – stimolo attivante – che necessita di tempo e che spesso chiede la capacità di tollerare i tempi morti.

L’aspetto centrale del lavoro analitico si concentra sul dare a tali persone la possibilità di poter trovare strategie per tollerare o valorizzare ciò che emerge da loro stessi, sulla possibilità di poter beneficiare delle proprie capacità e risorse e, accettare quello che terrorizza e fa enormemente soffrire.
Accogliere il fanciullo profondamente ferito per giovarsi delle potenzialità ancora inespresse, potendo così riprendere un cammino trasformativo, sapendo come scrive Carl Gustav Jung che […]“poiché “guarire” significa trasformare un malato in una persona sana, la guarigione implica mutamento. Là dove questo è possibile, ossia non si pretende un sacrificio troppo grande della personalità, si può portare il malato al cambiamento, ma quando il cambiamento richiede un sacrificio troppo grande, il terapeuta può e deve abbandonare ogni velleità di mutamento e di guarigione. Il terapeuta deve favorire il processo di individuazione, attraverso il quale il paziente diventerà quello che è realmente. Nel peggiore dei casi, si assumerà la propria nevrosi, avendone però compreso il significato”[…].