Nel suo noto capolavoro, Carlo Lorenzini, meglio conosciuto come Carlo Collodi, usa i paradossi della favola per rivelare quelli della giustizia e del giustizialismo nel mondo degli adulti, incomprensibili per chiunque, di ogni età, razza o…materiale.
Alcuni temi, come quello dell’innocente che paga per il colpevole, appartengono ad un canovaccio tradizionale della commedia classica; dimostrando comunque che alcune ingiustizie rimangono irrisolte da tempi antichi.

In questi giorni, Estia Onlus porta in scena nella Casa di Reclusione di Milano Bollate il suo Pinocchio, interamente scritto e interpretato dai detenuti.
Un Pinocchio sbocciato soprattutto dalla volontà di condivisione dell’esperienza teatrale, da cui nasce la voglia di coinvolgere altri e nuovi attori, per creare insieme una rappresentazione di ciò che ci appassiona di più. La vita.
Perché quando ci troviamo di fronte alla macchina della giustizia, chi di noi non si sente un po’ Pinocchio?
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Il giudice era uno scimmione della razza dei Gorilla: un vecchio scimmione rispettabile per la sua grave età, per la sua barba bianca e specialmente per i suoi occhiali d’oro, senza vetri, che era costretto a portare continuamente, a motivo d’una flussione d’occhi, che lo tormentava da parecchi anni.
Pinocchio, alla presenza del giudice, raccontò per filo e per segno l’iniqua frode, di cui era stato vittima; dètte il nome, il cognome e i connotati dei malandrini, e finí chiedendo giustizia.
Il giudice lo ascoltò con molta benignità; prese vivissima parte al racconto: s’intenerí, si commosse: e quando il burattino non ebbe piú nulla da dire, allungò la mano e sonò il campanello.
A quella scampanellata comparvero subito due can mastini vestiti da giandarmi.
Allora il giudice, accennando Pinocchio ai giandarmi, disse loro:
— Quel povero diavolo è stato derubato di quattro monete d’oro: pigliatelo dunque, e mettetelo subito in prigione. —

Il burattino, sentendosi dare questa sentenza fra capo e collo, rimase di princisbecco e voleva protestare: ma i giandarmi, a scanso di perditempi inutili, gli tapparono la bocca e lo condussero in gattabuia.
E lí v’ebbe a rimanere quattro mesi: quattro lunghissimi mesi: e vi sarebbe rimasto anche di piú se non si fosse dato un caso fortunatissimo. Perché bisogna sapere che il giovane Imperatore che regnava nella città di Acchiappa-citrulli, avendo riportato una bella vittoria contro i suoi nemici, ordinò grandi feste pubbliche, luminarie, fuochi artificiali, corse di barberi e di velocipedi, e in segno di maggiore esultanza, volle che fossero aperte anche le carceri e mandati fuori tutti i malandrini.
— Se escono di prigione gli altri, voglio uscire anch’io — disse Pinocchio al carceriere.
— Voi no, — rispose il carceriere — perché voi non siete del bel numero…
— Domando scusa; — replicò Pinocchio — sono un malandrino anch’io.
— In questo caso avete mille ragioni — disse il carceriere; e levandosi il berretto rispettosamente e salutandolo, gli aprí le porte della prigione e lo lasciò scappare.

[da Pinocchio, di Carlo Collodi, cap. XIX. Pinocchio è derubato delle sue monete d’oro, e per gastigo, si busca quattro mesi di prigione]